Estetica ruderale – 37/365-

Oggi vado sul concettuale. Del resto da queste parti ne siamo i maestri assoluti! Basta pensare alla persistenza dei ruderi cittadini risalenti all’ultima guerra o, più banalmente, alla quantità di palazzi moderni con le reti sotto i balconi… E scagli la prima pietra il fotografo siciliano che non abbia praticato il genere tra le macerie di Poggioreale!

Notte

Canta il motore
lo accompagna il suono di un rock duro
denso, pastoso
cos’altro se non lo struggimento d’amore.
Batte forte e profondo
proprio come la pancia e l’anima.
Spero che la strada non finisca mai
peccato che la notte perisca.

Statiche e dinamiche

Statiche e dinamiche

Tra le diverse parti del corpo che possono assumere significati “estesi”, per così dire, parti che danno luogo ad immagini spesso evocative, misteriose, allegoriche, le mani credo siano ai primissimi posti. Generalmente io non fotografo le persone e sempre ho evitato la fotografia di posa, di nudo, di ritratto in senso classico. Da qualche tempo faccio qualche timido tentativo esteso al corpo umano, con immagini mosse e in qualche caso anche sfocate, anche “sporche” nel senso che non sto lì a “limarle”. Questa foto di mani mi sembra significativa, ce ne sono due che si incontrano incrociando le dita, mi sembra statica e dinamica allo stesso tempo.

Habitat

Chi sono stati i progenitori della specie homo, i più antichi intendo, ancor prima del periodo cacciatore – raccoglitore? Branchi di scimmie ciarliere (me le immagino perfettamente a richiamarsi e ad inseguirsi) dovevano popolare le foreste vivendo le fronde degli alberi e mangiandone i frutti. Da questa suggestione parte una ricerca fotografica e da una personale predisposizione a sentire “vicini” gli alberi come “compagni” di vita sul pianeta Terra. Una suggestione che spinge a tentare di indovinare una visione primordiale dell’ambiente che doveva ospitare quelle popolazioni e una interpretazione, per così dire “in soggettiva”, del campo visivo di individui il cui orizzonte è interamente e solamente costituito dall’intrico dei rami e delle foglie. Il tipo di immagine suggerisce una possibile funzionalità dell’antico occhio di focalizzare l’attenzione solo su determinati elementi lasciando al di fuori della soglia di intellegibilità quella moltitudine di altri che altrimenti costituirebbero solo una distrazione o un ingolfamento cognitivo: lo sguardo va dove la necessità del momento lo conduce e si focalizza su alcuni elementi chiave che sono quelli importanti a determinare l’azione. Si assiste qui, tra l’altro, al ribaltamento del concetto di barriera: se, oggi, per noi una selva intricata costituisce un ostacolo, per le scimmie ciarliere doveva, al contrario, rappresentare la migliore opportunità di spostamento. L’atmosfera non è surreale ma semmai apocalitticamente carezzevole nel tentativo di sottolineare la persistenza di quelle contraddizioni che nelle società evolute vengono chiamate “ferocia” (brutalità, efferatezza, spietatezza) ma che in natura sono da sempre la regola.

Alla luce di queste immagini Il nostro più disinteressato amore per il verde diventa strumento per capire se almeno qualcosa di quel mondo e quella situazione stia ancora vivendo in noi.

Immagini aggiornate al 3 aprile 2015